Viaggio nelle fattorie sociali, dove i disabili psichici imparano a comunicare


 ROMA. La passione di Simona sono le marmellate, e quella di arance che prepara lei, assicura, “è davvero buonissima”. A Marco, invece, piace stare a contatto con gli animali: in particolare con gli asini, che accudisce fin da piccoli. C’è poi chi, come Carmelina, preferisce prendersi cura dell’orto: seminare, zappare e innaffiare le verdure, destinate poi alla vendita, è per lei un’attività divertentissima. Tutti e tre hanno una disabilità mentale e fanno parte di laboratori di inserimento sociale e lavorativo di tre diverse cooperative romane, che lavorano sull’approccio terapeutico di un’attività semplice e secolare come l’agricoltura. Alla base c’è la convinzione che il contatto con la natura riesca a stimolare nelle persone con deficit psichico capacità emotive e comportamentali.

Non solo: la cura della terra può anche diventare una risorsa per un futuro lavorativo in autonomia. Una filosofia tutta racchiusa nel nome del progetto avviato all’Istituto tecnico agrario Giuseppe Garibaldi di Roma – “La terra che cura, la cura della terra: l’orto dei semplici” – che per il responsabile Gianluca Zuppardi è una sorta di “Tao”: un cerchio che si chiude, dove il lavoro e la fatica che i ragazzi riservano alla terra ritorna loro come miglioramento della qualità della vita, non solo a livello individuale ma anche relazionale. Specializzato nell’avviamento al lavoro dei ragazzi disabili, l’Istituto promuove diversi laboratori: dalla cura dell’orto alla preparazione dei mercatini. Ma l’obiettivo finale è dar vita a un vero e proprio agriturismo gestito dai ragazzi stessi, dove poter mettere in pratica quanto appreso frequentando la scuola. “Lavorare la terra per molti di loro significa lasciare fuori le stereotipie e avere un compito da portare avanti. Per quelli ad alto funzionamento vuol dire anche avere una responsabilità – sottolinea Zuppardi –. E capita spesso che i ragazzi si aiutino tra di loro: quelli che stanno meglio fanno da tutor a quelli con patologie più gravi”.

L’approccio al lavoro è pensato in base ai diversi tipi di disabilità. Per facilitare chi ha disturbi dello spettro autistico, si fa ricorso al cosiddetto “orto strutturato”: le zolle di terra sono ben delimitate, come in una sorta di scacchiera, per consentire ai ragazzi autistici di capire qual è la parte di terreno su cui sono loro a dover intervenire. “È un modello semplice e replicabile – aggiunge il responsabile del progetto –, dove possono lavorare in piena autonomia”. Un aspetto importante del lavoro agricolo è la sua concretezza: permette cioè di toccare con mano il risultato di tanta fatica.

“Quello che colpisce coloro che partecipano ai nostri progetti è il ritorno di quello che si fa. Quando piantano un seme, lo curano e poi vedono il prodotto finito, tangibile, del loro lavoro: si rendono conto di quello che hanno realizzato e di quanto sia importante. E quella produttività che appartiene a loro è fondamentale per una piena inclusione sociale”, spiega Tiziano Cardini, operatore della cooperativa sociale “L’orto magico”, che ha due fattorie sociali nella Capitale: una nella zona della Bufalotta, alle porte di Roma, e l’altra in provincia, a Nazzano. In tutto, 25 i giovani con disturbi cognitivi impiegati nelle attività di coltivazione e trasformazione dei prodotti: oltre all’orto, infatti, si producono dolci, conserve e diverse creme, come il pesto di rucola o di radicchio. Anche qui a essere seguiti nei laboratori sono soprattutto ragazzi in età scolare; le richieste di inserimento nei progetti arrivano, infatti, non solo dalle famiglie ma anche attraverso le scuole. Hanno invece dai 18 anni in su le persone inserite nei progetti di “Terra d’orto onlus”, che porta avanti tre iniziative nell’ambito dell’ agricoltura sociale: la fattoria, l’orto comunitario e il centro estivo. “Lavoriamo molto sul gruppo – spiega l’educatrice Emanuela Canessa –. Facciamo in modo che ci sia molta collaborazione tra le persone che seguiamo, così chi ha la tendenza a isolarsi si sente parte di un insieme”.

Tra le realtà che si occupano da tempo di agricoltura sociale, nel Lazio c’è la cooperativa “Agricoltura Capodarco”, che vanta un’esperienza trentennale sul campo. Situata a Grottaferrata, nel cuore dei Castelli romani, gestisce la coltivazione, produzione e vendita di prodotti orticoli, rigorosamente biologici. Ma tra le attività figurano anche l’allevamento di pollame e la produzione di miele, olio d’oliva e vino. Tra i progetti destinati alle persone disabili, il “Viva-io”, un laboratorio sociale in cui i ragazzi con deficit psichico si prendono cura di fiori e piante. L’assunto di base è che aiutare un altro organismo vivente a svilupparsi può costituire un valido aiuto nella crescita dell’autostima e nel rapporto con gli altri.

“Questo progetto floro-vivaistico include disabili mentali e soggetti psichiatrici, dai ­18 ai 30 anni – spiega Sara Nigri, responsabile dell’iniziativa –. Tutto parte come un gioco, ma pian piano le persone seguono ogni fase dello sviluppo della pianta, dalla semina in poi. Un percorso graduale che dà risultati di miglioramento: uno dei nostri ragazzi con disturbo psichiatrico da tre anni – cioè da quando lavora al vivaio – non è più stato ricoverato”. Sulle capacità di recupero tramite attività all’aria aperta non ha dubbi neppure Annalaura Rosati, fra i responsabili dei progetti promossi dalla cooperativa “San Michele onlus”: agricoltura sociale, giardinaggio, onoterapia (pet therapy con gli asini), fino a produrre colori naturali da edera, melograno e camomilla. “Vivere a contatto con la terra fa bene a tutti. La coltivazione permette l’avvicinamento ai cicli della vita; i ragazzi con deficit cognitivo imparano a star bene con se stessi – racconta Annalaura –. Ed è importante anche nell’onoterapia: con l’asino si sviluppa un rapporto che aiuta a gestire anche il proprio corpo e le proprie emozioni”.

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